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Pubblici esercizi: la crisi colpisce consumi e fatturati, 4 mila aziende in meno nel 2009

A Roma l’Assemblea Elettiva di Fiepet. No a liberalizzazioni selvagge mentre urge revisione degli studi di settore

 

“Caffè? No grazie”.  Dopo molti anni di ininterrotta crescita dei consumi interni, la crisi segna la prima battuta di arresto anche per bar e ristoranti. “Nel 2009 il trend positivo si è invertito e la spesa delle famiglie italiane nei pubblici esercizi ha registrato un calo dello 0.2% rispetto all’anno precedente, pari a 71 miliardi di euro” rivela Tullio Galli, Direttore di Fiepet (Federazione Nazionale Esercenti Pubblici e Turistici) nel corso dell’ultima Assemblea Elettiva, che si è svolta a Roma, il 21 giugno, presso la sede nazionale della Confesercenti. E il 2010 non sembra aprire prospettive migliori: nel primo trimestre il fatturato degli esercenti è calato del -2,8%, secondo le ultime rilevazioni dell’Ufficio Economico di Confesercenti. “Il saldo negativo nella ristorazione è di 2.583 imprese” segnala poi Galli “dopo una riduzione di ben 4 mila unità nel 2009”.

Che fare? Prezzi e qualità sono state le parole d’ordine del settore, secondo Fiepet. L’impegno della Confesercenti in campagne di contenimento e di blocco dei listini, tenuti fissi per nove mesi, ha prodotto lo storico “sorpasso”, tra il 2007 e il 2009, degli incrementi dei prezzi nei consumi alimentari in casa rispetto a quelli nei servizi di ristorazione.

“Le abitudini di consumo sono cambiate ormai – spiega Alessandro Tortelli, Direttore Centro Studi Turistici di Firenze, presentando, in mattinata, l’ultima indagine effettuata per Confesercenti – “si consuma meno ma meglio”. E il futuro riserva  un’offerta ancora più frammentata, nella polarità tra ristorazione di eccellenza e un ampio panorama di formule low-cost con menù standardizzati. Le possibilità di scelta, già ora, non mancano. “Il settore soffre di un altissimo turnover nella titolarità delle aziende con una media che non supera i tre anni” lamenta Mario Bussoni, Vice Direttore Confesercenti. Le imprese pullulano, nascendo (e morendo) dall’oggi al domani. Un eccesso di liberalizzazione, senza regole e criteri precisi per le nuove aperture, lamenta Fiepet, approfondito dalla modifica alla direttiva 287/91 a opera del decreto Bersani (D.lg. 114/1998) che ha introdotto il concetto di consumo sul posto negli esercizi alimentari di vicinato. Con interpretazioni regionali multiformi delle direttive di riferimento “che hanno creato un vero impoverimento di professionalità e qualità, tutta a discapito del consumatore finale”, lamenta il vice-presidente di Fiepet, Antonio Gobbato.

All’orizzonte, poi, c’è la Bolkestein, la nuova direttiva europea sui servizi, che non vincola più le nuove autorizzazioni a precisi parametri economici. “Chiediamo che le nuove autorizzazioni siano legate da oggi a indici di qualità di servizio, secondo criteri di sostenibilità ambientale e sociali condivisi dalle diverse amministrazioni locali”, dice Gobbato.

No a un mercato senza regole e tanti dubbi sulla deregulation che il Governo si appresta a varare nelle “aree a burocrazia zero”. “Un’impresa in un giorno” si chiede la platea di Confesercenti, è semplificazione o pura anarchia? “Le nostre aziende” spiega Galli “devono rispondere a precisi standard igienico-sanitari, vendono beni alimentari e non sono adatte alla logica dei controlli ex-post”. Sulla stessa linea la Federconsumatori, preoccupata dalle rischiose ricadute sui consumatori, in assenza di garanzie certe sulla qualità dei prodotti serviti. Un asse che tiene anche sulle politiche di incentivazione dei consumi “che questa manovra bloccherà ulteriormente, colpendo i redditi fissi e non quelli elevati, le rendite o i patrimoni” ammonisce il Presidente Rosario Trefiletti.

“L’Italia ha investito troppo poco nella ripresa dalla crisi, solo lo 0.50 del Pil rispetto agli altri Paesi” rincara l’on.Elisa Marchioni (Pd), membro della X^Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati. “Il rischio è quello di uscirne più lentamente, specie con una manovra che non affianca al taglio dei costi improduttivi una politica di incentivi per le imprese”.

Fisco e tasse sono l’altro tasto dolente, infatti, secondo Fiepet. La redditività delle imprese è calata e gli studi di settore non ne tengono conto. Si ipotizza così un loro stop temporaneo o una loro revisione a ribasso “perché sono ancore di salvaguardia per chi rispetta le regole, capaci di individuare la forbice degli evasori ormai con buona precisione”, afferma Bussoni. Che rimettono in discussione l’utilità degli scontrini fiscali, percepiti spesso come un semplice strumento punitivo dagli esercenti.

E mentre Esmeralda Giampaoli, imprenditrice quarantunenne della Versilia, viene eletta neo-Presidente, dalla Federazione si alza un coro di proteste per l’estensione indiscriminata della spendibilità dei buoni-pasto “originariamente destinati solo alla pausa-pranzo e ora usati in ogni direzione, addirittura per fare la spesa al supermercato” lamentano gli associati.

E se dalla Confesercenti arriva un impegno preciso per una nuova disciplina che riporti il valore del buono alla sua funzione originaria, c’è da chiedersi se le vere rivoluzioni, oggi, non passino proprio dai mutamenti degli stili di consumo.

 

Giulia Tossici

 

(23/06/2010) 

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