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Turismo: è utile il federalismo?

 

Proprio mentre la riforma federalista è entrata nel vivo del dibattito politico, scoppia la polemica sui presunti  sprechi  delle regioni nel settore del turismo. Come denuncia Il Giornale, in un articolo sulle spese sostenute dalle regioni nel campo della promozione turistica, non si sarebbero avvertiti gli effetti virtuosi attesi dopo il  trasferimento dei poteri esclusivi  in materia turistica alle autonomie regionali, sancito dal Titolo V della Costituzione.

Le regioni hanno speso dal 2001 al 2006 -come rileva il quotidiano- intorno a 6,7 miliardi di euro, di cui circa 1,9 miliardi, pari al  28,3%, solo per la promozione all’estero che non avrebbero dato i risultati sperati, se è vero che l’Italia ha registrato un progressivo declino nella graduatoria delle principali destinazioni, superata con i suoi 30 miliardi di euro di ricavi sia dalla Spagna (40 miliardi) sia dalla Francia quasi (37 miliardi).

Le accuse rivolte alle regioni hanno avuto l’effetto di richiamare l’attenzione non soltanto dei responsabili del turismo regionale ma anche di altre componenti del sistema produttivo.

Ma si è espresso anche il Governo, attraverso il sottosegretario con delega al turismo, Maria Vittoria Brambilla, che ha indicato come responsabili di questa situazione da una parte quelle regioni che “hanno utilizzato il loro potere senza avere idee chiare, ma anche purtroppo per mera politica clientelare", e dall’altra “il referendum del ’93 che ha cancellato la politica del turismo”.

E le regioni come replicano alle denunce di sprechi e di mancanza di programmazione? La loro opinione, raccolta dall’Agenzia Adnkronos, ci dice che l’assessore al turismo della Lombardia nega che la sua regione sia sprecona, confutando i dati diffusi da Il Giornale.”Non bisogna generalizzare -avverte  Prosperini- e se l’articolo pubblicato ha come scopo quello di appoggiare la formazione di un Ministero del turismo centralizzato,  io sono favorevole”.

Ministero e regioni possono, quindi, convivere in un’ottica federalista. Dal canto suo, pur difendendo il lavoro svolto dalla Liguria per sostenere il turismo in una fase molto difficile, con investimenti promozionali che hanno prodotto effetti positivi, il presidente della regione, Claudio Burlando, sottolinea che “avere rinunciato alla programmazione nazionale è stato un errore. Io lo dico da molto tempo”.

La Sardegna non figura tra le regioni che spendono di più. Lo conferma l’assessore al turismo, Luisanna Depau, fornendo un bilancio del settore in crescita più delle altre regioni nel 2007. Anche la Sicilia fornisce dati positivi: ha puntato molto sugli investimenti, non solo sulla promozione ma anche su infrastrutture e strutture di accoglienza, realizzando un aumento di letti alberghieri di 22.500 unità negli ultimi cinque anni, e di 8.300 letti complementari. Per le infrastrutture turistiche si spenderanno 30 milioni di fondi comunitari.

Il Veneto è particolarmente interessato al federalismo fiscale anche per gli effetti positivi che potrebbe avere: "porterebbe sicuramente ad un riequilibrio di fondi per il turismo" rileva il vice presidente e assessore al turismo, Franco Manzato, osservando che “le diversità territoriali vanno valorizzate”, mentre "è del tutto sbagliato e controproducente annullare le specifiche competenze regionali”. Dal canto loro le regioni del Sud continentale come Calabria e Basilicata oppongono alle critiche sulla scarsa produttività della spesa le gravi carenze di infrastrutture e di fondi che penalizzano il turismo. "La Basilicata -dichiara l’assessore al turismo, Vincenzo Folino- vuole affidarsi non soltanto alla promozione  ma anche alla commercializzazione dei prodotti turistici, attraverso appositi consorzi degli operatori del settore".

Commentando l’indagine sulle spese regionali, il coordinatore di Confturismo, Giovanni Bastianelli, osserva che emerge un “problema di produttività: molte di queste spese potrebbero essere ottimizzate concentrandole in politiche promozionali più mirate. Dopo la flessione di giugno e luglio, dovuta al calo dei consumi e non all’aumento dei prezzi per le vacanze, speriamo in settembre e ottobre".

Cosa si può ricavare da questo quadro di opinioni alla vigilia del confronto politico-parlamentare sul federalismo? Una prima indicazione è che il sistema turistico italiano avverte l’esigenza di una politica nazionale che intervenga in termini di programmazione  e di politiche mirate per la soluzione delle questioni che interessano l’insieme del territorio. Ma questa non è affatto una cosa nuova. Anzi, rischia di diventare una questione davvero stantia. Se ne parla da anni e anni, e poi si è pervenuti negli anni passati a costituire comitati per le politiche del turismo, anche ampiamente rappresentativi dello Stato centrale, una sorta di “cabine di regia” che per la verità hanno avuto scarso impatto nel garantire indirizzi e coordinamento in un campo che certamente se ne avverte molto l’urgenza.

La politica nazionale del turismo non è più un tabù non solo perché le stesse regioni si sono convinte, a differenza che nel passato, che lo Stato potrebbe  fare molto (vedi i problemi infrastrutturali, ambientali, di sicurezza ecc.) per sostenere il loro sviluppo (vedi il Sud), ma anche perché la stessa Corte Costituzionale ha riconosciuto  il  valore del ruolo dello Stato, quando non in conflitto con l’autonomia appositamente riservata alle regioni in materia.

Si pone oggi ancora una volta la questione del referendum abrogativo del Ministero del turismo. Le soluzioni adottate in genere sono state accolte non negativamente. Ricordiamo le due più recenti: il conferimento della delega nel turismo da parte della Presidenza del Consiglio al vice premier nonché ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, e oggi al sottosegretario Brambilla.

Certo, la riduzione dei ministeri non agevola la costituzione di un ministero del Turismo se non, forse, abbinandolo ad altri rami dell’amministrazione centrale. Ci sono vari precedenti in Italia.

Se i comitati nazionali  funzionano poco potrà far meglio un ministero? E’ una scommessa. Certo, se deve essere come il ministero del Turismo prima della sua soppressione, ricordiamoci che il giudizio più tenero era che fosse   la “cenerentola” dei vari ministeri. Cioè, considerato poco o per nulla. Eppure era strutturato in modo molto ampio, riassumendo in sé tutti i poteri poi trasferiti alle regioni. Ma la colpa non era certo del Ministero se puntualmente, in ogni dibattito parlamentare, se ne cantavano le inadeguatezze.

Federalismo  o meno, ritorno al centralismo turistico o meno, il vero nodo è il funzionamento della macchina pubblica. A qualsiasi livello. Ci riferiamo anche alle province e ai comuni, altri centri non secondari di spesa.

E per funzionare bene un ministero del Turismo deve possedere tre virtù: un  ruolo chiaro (e condiviso), un’organizzazione efficiente  e un sostegno politico convinto.

 

Franco Paloscia

 

 

 

 

 

 

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